Descrizione
Una partecipazione sentita e intergenerazionale ha accompagnato questa mattina le celebrazioni per l’81esimo anniversario della Liberazione a Riccione. La cerimonia ufficiale, promossa dal Comune di Riccione in collaborazione con l’Anpi, ha attraversato i luoghi simbolo della città, trasformando la memoria in un impegno civile condiviso.
Il corteo, partito dalla residenza comunale e accompagnato dalle note del Corpo Bandistico di Mondaino, ha toccato i punti cardine del ricordo cittadino: la deposizione delle corone d’alloro al Monumento ai Caduti di tutte le guerre e alla statua di Salvo D’Acquisto ha segnato i momenti di massima solennità, davanti alle autorità e a numerosi cittadini.
Particolarmente suggestivo è stato il passaggio in piazza Matteotti e l’arrivo al Giardino della Scuola dell’infanzia Ceccarini, dove gli studenti delle scuole di Riccione hanno preso la parola per dare voce ai valori della Liberazione attraverso letture e testimonianze. I manifesti di poster art hanno restituito un paesaggio urbano inedito, fatto di immagini d’archivio, frammenti storici e memoria collettiva.
Il culmine della mattinata è stata l’attesa orazione civile di Gad Lerner. Introdotto da Gianfranco Miro Gori, il giornalista e scrittore ha offerto una riflessione profonda a partire dal progetto “Noi, Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana”. Lerner ha ripercorso le scelte di donne e uomini che hanno lottato per la libertà, sottolineando come la nascita della democrazia repubblicana non sia un evento statico del passato, ma una responsabilità del presente.
Discorso della Sindaca Daniela Angelini – 25 Aprile 2026
Carissime e carissimi riccionesi,
è un’emozione estremamente potente vedervi qui, così numerosi, a presidiare il senso profondo di questa giornata. Essere qui, insieme, è l’atto più bello e necessario per onorare l’81° anniversario della nostra Liberazione. Celebrare questa data non significa solo piegarsi al dovere della memoria, ma riaffermare una scelta di libertà che deve farsi carne e sostanza nel nostro presente.
Ottantuno anni fa l’Italia trovò la forza di spezzare le catene di un regime che aveva ridotto i cittadini a meri ingranaggi nelle mani di un dittatore fascista privo di cultura e di umanità. Un uomo, Benito Mussolini, che dallo scorso maggio, per volere del nostro nostro consiglio comunale, non è più cittadino onorario di Riccione. Non lo è più perché di onorabile, nella sua storia e nelle sue azioni, non ha lasciato alcuna traccia.
Dal dopoguerra a oggi abbiamo avuto il privilegio, affatto scontato, di crescere dando per acquisita la libertà. Per decenni abbiamo considerato la democrazia come un approdo definitivo, un bene immobile, convinti che il progresso ci avrebbe accompagnati naturalmente verso un mondo sempre più giusto.
Ma oggi, forse mai come nel corso degli ultimi ottant’anni, sentiamo che quella certezza inizia a vacillare. Viviamo un tempo che sembra voler "normalizzare l’orrore": l’odio sociale, l’omofobia e il razzismo tornano a farsi spazio nel linguaggio pubblico, non più come tabù impronunciabili, ma come opinioni tra le altre.
Ci stiamo imbarbarendo, ci stiamo disumanizzando, e la cosa più grave è che fatichiamo a rendercene conto. Succedono cose che solo dieci anni fa non avremmo mai immaginato: forze politiche dichiaratamente fasciste o post-fasciste ottengono consensi di massa e guidano i governi di molti Paesi cosiddetti occidentali. Se siamo qui oggi è perché noi pensiamo che tutto ciò non sia normale.
La guerra stessa ha smesso di essere percepita come il fallimento estremo della politica per essere riabilitata come uno strumento ordinario di gestione delle crisi.
Lo vediamo da troppo tempo nel cuore dell’Europa, con l’aggressione brutale della Russia ai danni dell’Ucraina; lo vediamo nel drammatico conflitto permanente in Medio Oriente e in Iran, teatro di attacchi militari da parte di Stati Uniti e Israele.
Non abbiamo mai vissuto un’instabilità così profonda dalla fine del secondo conflitto mondiale. Di fatto, non siamo più governati da un ordine mondiale che ha la pace come fine ultimo, ma siamo giunti alla legittimazione di politiche di intervento militare unilaterali senza alcuna giustificazione plausibile.
È diventata accettabile una sorta di "giustizia privata" tra Stati, dove chi è più forte decide le sorti degli altri e si sente autorizzato a bombardarli.
Ma la minaccia alla democrazia non bussa solo ai confini con le armi. C’è una sfida silenziosa che si muove dentro le nostre società, tra le pieghe di una modernità che rischia di svuotare il senso stesso del vivere comune.
Dobbiamo chiederci, con senso critico profondo: da cosa dobbiamo difendere la nostra democrazia oggi? Il rischio è che ci venga sottratta per inerzia, proprio mentre siamo immersi in una deriva dove la verità è distorta da algoritmi usati per condizionare e polarizzare l'opinione pubblica.
In questo spazio dominato dalla disinformazione, dalle fake news, i nuovi padroni dell’intelligenza artificiale e dei social network non nascondono più la loro ambizione: vogliono superare il modello democratico, liquidandolo come un sistema vecchio e lento.
Dichiarano apertamente di voler sostituire il governo dei cittadini con il governo delle macchine, portandoci in un mondo dove le scelte su lavoro, salute e diritti non passino più dal confronto pubblico, ma siano il risultato di un calcolo matematico tanto efficiente quanto potenzialmente inumano.
Ma la democrazia non è un algoritmo da ottimizzare. È, per definizione, la fatica di ascoltarsi, la pazienza della mediazione e il coraggio di scegliere insieme.
Se sacrifichiamo la partecipazione in favore di una formula scritta in una stanza chiusa della Silicon Valley, non avremo una società più moderna, ma solo una società meno libera. Avremo consegnato il potere a pochi oligarchi mascherati da innovatori che non si vergognano a fare il saluto nazista in pubblico.
Questa spinta tecnocratica porta con sé l’inevitabile rischio di uno sbilanciamento dei poteri dello Stato. Badate bene, non sto condannando l’intelligenza artificiale; sostengo però che uno strumento così impattante non può essere gestito in modo opaco da pochissime persone come accade oggi.
Se permettiamo che la complessità democratica venga sacrificata in favore dell'uomo solo al comando o della rapidità d'esecuzione di un algoritmo, mettiamo tutto a rischio. Allora il sacrificio di chi morì per liberarci dal fascismo sarà stato vanificato.
Proprio per ritrovare questa consapevolezza, questo bisogno di informazione e di pensiero lungo, Riccione sta vivendo in questi giorni un’esperienza straordinaria con "Novecento in riva al mare".
Sono cinque giornate di riflessione intensa; un laboratorio civile che non è una semplice parata culturale, ma un’officina di pensiero necessaria per ricostruire quegli anticorpi che sembrano essersi indeboliti.
Studiare la storia del secolo scorso non è un esercizio accademico: è l'unico modo per non essere spettatori passivi del nostro tempo. La consapevolezza è l'arma più potente che abbiamo: solo chi conosce può scegliere, solo chi sceglie è davvero libero.
Tra poco, Gad Lerner darà voce al memoriale della Resistenza. Le sue parole ci ricorderanno che essere "partigiani" oggi significa ancora prendere posizione.
Significa scegliere la verità contro la propaganda e schierarsi con i fragili contro l’indifferenza. Significa sapere dire no quando è necessario. Non è un caso che ci troviamo a pochi passi da piazza Matteotti: il suo nome ci ricorda che la libertà si paga spesso a caro prezzo e che non ammette silenzi complici.
Dobbiamo questa vigilanza a chi ci ha preceduto qui, nella nostra terra. Abbiamo un dovere di riconoscenza verso figure, ne cito solo alcune, come Athos Crudi, che ha speso ogni giorno della sua vita per farsi testimone attivo degli orrori del nazismo. E dobbiamo gratitudine alle sorelle Luisa e Silvia Zaban. Ricordiamo ancora la loro storia: bambine ebree caricate su un treno dalla madre, che scelse di restare a terra e sacrificare la propria vita, finendo in un forno crematorio, per mettere in salvo le figlie. Luisa e Silvia sono cresciute qui, sono diventate le maestre di molti riccionesi, portando per sempre negli occhi il segno di un orrore che accadde davvero. Sono state la nostra memoria finché sono state in vita. Ricordare i loro nomi oggi significa onorare il debito che abbiamo verso il futuro.
La battaglia per la democrazia non è mai finita. Spetta a noi restare vigili, educare i nostri giovani a non accontentarsi di verità precostituite e partecipare attivamente alla vita di questa comunità. Perché, mai come oggi, la libertà è partecipazione.
Buon 25 aprile a tutti voi. Viva Riccione, viva la Costituzione, viva la Liberazione!
Ultimo aggiornamento: 25 aprile 2026, 13:46